Una breve serie di appuntamenti per celebrare i sessanta anni della marcia più famosa della storia dei diritti civili negli Stati Uniti d’America
Riprendiamo da qui, da questa immagine chiara, inequivocabile e per molti versi anche storica; anzi, soprattutto storica. Un’istantanea di un luogo dal quale non si può fare a meno di ripubblicarla per l’occasione. È vero, dalla terza parte dello speciale dedicato ai 60 anni di Selma sono trascorse diverse settimane e il motivo di attendere e di farvi attendere, cari lettori, per chiudere questa piccola serie di articoli è fortemente connesso ad una motivazione molto forte e non tanto irrilevante.
Diciamo, per essere anche abbastanza pignoli, che oltre ai tre tentativi che compongono la marcia di Selma, nel suo complesso, ci sarebbe un’altra data, un altro evento che sta per avvicinarsi. Un tragico evento che è legato indissolubilmente ad uno dei protagonisti di quello storico percorso.
Infatti, a Memphis, nello Stato del Tennessee, con un unico colpo di fucile, venne ucciso, alle ore 18.00 locali, il reverendo e premio Nobel per la pace del 1964 e leader dei diritti civili, Martin Luther King. La sua morte, oltre ad anticipare di due mesi quella di Robert Francis Kennedy, provocò un’ondata di proteste in quasi tutti gli Stati Uniti d’America da parte della comunità afroamericana.
Proteste che furono placate solamente dallo stesso Senatore degli Stati Uniti d’America, il quale, mentre era in viaggio per questioni elettorali, scese all’aeroporto di Indianapolis per lanciare e lasciare un messaggio distensivo e di pace. Una morte, quella di Mlk, sulla quale ancora non si può apporre sul fascicolo la classica espressione ‘caso chiuso’. I punti, i dettagli, su questa oscura vicenda sono ancora molti e ancora troppo oscuri; chissà se verranno mai svelati?
Anche se forse un barlume di speranza potrebbe apparire ancor più concreto proprio grazie al Presidente più controverso nella storia degli Stati Uniti d’America, Donald Trump. Quest’ultimo, negli ultimi giorni, non solo lo aveva espressamente sbandierato ai quattro venti ma lo ha fatto veramente: ovvero declassificare quei documenti relativi alle misteriose morti non solo di Martin Luther King, ma anche quelli relativi alla morte del Presidente John Kennedy, avvenuta cinque anni prima, e quella, già menzionata, dell’uccisione del fratello di John. Tre morti misteriose, nei moventi e nei fatti, e, quasi sicuramente, un’unica pista dal quale partire per proseguire, a questo punto, le indagini.
Ma per adesso fermiamoci qui, su quanto scritto fino a questo momento e proseguiamo quella che è di fatto la quarta parte di questo lungo speciale, andando con ordine e cercando di raccontarvi, per sommi capi, la storia di questo luogo che è stato teatro di uno degli episodi più iconici della lotta in favore dei diritti civili, senza dimenticare che ancora vi dobbiamo raccontare di quella che fu, di fatto, la terza ed ultima parte della marcia da Selma a Montgomery avvenuta il 21 marzo del 1965.
Quindi, un passo alla volta. Dunque, quel luogo, quel ponte è intitolato ad un certo Edmund Winston Pettus. Costui, storicamente, non fu proprio un vero stinco di santo. Era un politico, ma non lo abbiamo presentato in senso negativo per questo dettaglio, ma per un altro motivo. Nella sua esistenza fece parte dell’esercito confederato, con il grado di ufficiale, per poi arruolarsi, si fa per dire, nel famigerato Ku Klux Klan fino a diventarne addirittura il Gran Stronzone, sezione Stato dell’Alabama. Attualmente e a partire dal 2013, lo stesso ponte è stato dichiarato National Historic Landmark, ossia come monumento nazionale e non per ricordare il personaggio a cui gli è stato il nome sia chiaro; semmai proprio per la marcia in questione.
Fungendo da passaggio affinché si riuscisse ad attraversare il fiume Alabama, la prima volta che venne realizzato fu nel 1885, proprio per facilitare il trasporto di cotone. A quei tempi si trattava, persino, di un ponte girevole che veniva azionato a mano. Mentre quello attuale venne progettato da Henson Stephenson, che era nativo della città di Selma, e i cui lavori ebbero inizio ottantasei anni fa, dunque nel 1939 per poi essere inaugurato nel 1940.
Ovviamente, arrivati a questo punto, la storia è conosciuta, sia per quanto riguarda la parte negativa, in merito a chi era stato dedicato, e sia per quanto accadde in quei giorni di marzo che ancora dobbiamo finire di raccontarvi. Perché, in effetti, come già indicato in precedenza, manca il completamento della storia nel senso: cosa accadde dopo la seconda marcia?
Eravamo rimasti che Martin Luther King il 7 marzo, entrato nella storia come il soprannome di ‘Bloody Sunday’ non era presente per problemi non solo personali ma anche per paura per la sua stessa incolumità, almeno così dicono le cronache dell’epoca. Si presentò due giorni dopo, il 9 di marzo, proprio per dare manforte ai manifestanti dopo la domenica di sangue che tutta l’America aveva visto in diretta televisiva. Avendo la possibilità oltrepassare il ponte, l’Edmund Pettus, non lo fece, tornando indietro.
Il motivo? Era molto semplice ed affinché la situazione si iniziasse veramente a sbloccare si dovette attendere, come spesso accade in questi casi, il morto. tornando agli eventi del 9 marzo, conosciuti anche come Turnarond Tuesday, che tradotto sta a significare ‘martedì dell’invasione di marcia’, in entrambi i casi quei due tentativi ravvicinati da parte degli stessi manifestanti non furono ancora riconosciuti dalla stessa corte federale.
Cosa accadde di drammatico? Purtroppo, il pestaggio fatale effettuato da alcuni membri del Ku Klux Klan nei confronti di un pastore degli Unitariani universalisti di Boston, James Reeb, provocò una forte ondata di indignazione che portò la stessa corte a decidere in merito e per un paradosso, anche. Reeb era un uomo di chiesa bianco che aveva preso parte proprio alla seconda marcia.
Otto giorni più tardi finalmente arrivò la pronuncia della stessa Corte Federale dei fatti di Selma in cui, attraverso la sentenza del giudice Johnson, si espresse in favore al diritto di protestare e dunque di marciare in favore dei partecipanti per garantire, in maniera concreta, l’applicazione del diritto di voto nel Profondo Sud degli Stati Uniti d’America. Tale tipo di pronuncia garantiva, sostanzialmente, anche il Primo emendamento della Costituzione che non poteva venir abrogato in alcun modo dallo Stato dell’Alabama…